ISOLA DEL GIGLIO, Giannutri e Montecristo

Isola del GiglioIsola del Giglio. Diritto d'autore: adrenalinapura / 123RF Archivio Fotografico

Isola del Giglio


Giglio Campese


E' la località balneare gigliese per eccellenza, una lunga falce di sabbia dorata incorniciata dagli speroni di roccia del Faraglione da un lato e della Torre medicea dall'altro. L'acqua cristallina e la sabbia composta da minuscoli cristalli di quarzo, hanno inevitabilmente richiamato il turismo di massa e lo splendido scenario naturale del luogo è stato parzialmente alterato dai nuovi insediamenti abitativi. I venti che spirano da sud e raggiungono la baia del Campese alle spalle richiamano anche gli amanti del surf e della vela, mentre l'esposizione ad occidente regala tramonti indimenticabili ai romantici incalliti.
La Torre medicea che delimita un versante della baia di Campese venne eretta tra il 1670 e il 1705 per difendersi dai pirati: l'ingresso rialzato e i quattro cannoni apposti sulla sommità dell'edificio garantivano protezione dai nemici, mentre le due grandi cisterne d'acqua ricavate all'interno, il refettorio e il dormitorio offrivano rifugio e sostentamento agli abitanti in caso di assedio. Sono ancor oggi visitabili i resti di un'antica miniera di pirite, rimasta in uso fino agli anni Sessanta: la banchina di scalo e i residui impiantistici dell'attività industriale si trovano passeggiando lungo la costa, oltrepassato il Faraglione. Proprio davanti alle coste del Campese giace quel poco che è rimasto di un relitto etrusco, scovato e saccheggiato da sub privi di scrupoli nel '61, che si impossessarono anche di un pregiato elmo corinzio.

Giglio Castello


Le vie strette sormontate dagli archi, le scale esterne per accedere alle abitazioni pittoresche, gli scorci suggestivi racchiusi all'interno della cinta muraria d'impianto mediceo, restituiscono a Giglio Castello un fascino unico. Arroccato su una collina a 400 metri sul livello del mare, ha il suo ingresso da una stretta stradina che fa breccia nelle mura imponenti e si introduce nell'abitato che mostra ancora oggi le ragioni della sua particolare struttura: difendersi dagli assalti del nemico che veniva dal mare e sfruttare al massimo gli angusti spazi ai fini abitativi. Purtroppo neppure l'imponente rocca pisana, all'apparenza inespugnabile, riuscì a tenere lontani i pirati che per lungo tempo e ripetutamente misero l'isola a ferro e fuoco fino al 18 novembre del 1799, quando uno sparuto ma determinato e fiero manipolo di gigliesi riuscì a mettere in fuga gli invasori tunisini. Da allora il 18 novembre a Giglio Castello è festa grande. Una visita di Giglio Castello prende avvio indubbiamente dalle mura, che attualmente mostrano l'impianto mediceo assunto dopo la ricostruzione dalle macerie della preesistente struttura pisana.
Delle dieci torri originarie attualmente ne restano sette, oltre all'ingresso a tre porte che oggi costituisce l'accesso principale al paese. Dopo la strenua opposizione dei gigliesi ai Saraceni, i Medici stabilirono di erigere una grande cisterna dotata di un pozzo che garantisse l'approvvigionamento idrico agli abitanti del Castello in caso di assedio o siccità: è tuttora visibile all'interno delle mura. La Chiesa di Giglio Castello conserva una reliquia di San Mamiliano, morto nel 460 a Montecristo ed una bella base dell'acquasantiera costituita da un capitello corinzio dell'età di Traiano, proveniente da un insediamento romano dell'isola. A poca distanza dal Castello, lungo la strada che conduce a Pietrabona, si trova la cosiddetta Valle del Mulino, che prende il nome dal mulino ad acqua costruito per macinare i raccolti agricoli, ancora oggi visitabile. Gli amanti del buon vino non dovrebbero perdere l'occasione di visitare una delle numerose cantine di Castello, dove viene prodotto e conservato l'ambrato e robusto Ansonaco.

Giglio Porto


Unico porto dell'isola, incorniciato da pittoresche abitazioni che si aprono a semicerchio sul mare e sormontato da colline boscose, Giglio Porto fu costruito dai Romani e per quasi duemila anni conservò l'aspetto originario. Verso la fine del XVIII secolo una mareggiata di eccezionali proporzioni impose il restauro completo del piccolo porto che nell'occasione fu anche ampliato. Attualmente l'angolo più antico del paese è quello che si conserva attorno alla Torre circolare, dove si trovano le casette dei pochi pescatori e soldati che vivono sull'isola durante tutto l'anno. La Torre circolare venne eretta nel 1596 per volontà del Granduca di Toscana Ferdinando I, sia per rivitalizzare l'edilizia del Giglio che per avvistare eventuali imbarcazioni nemiche.
La penisola che si protende a nord di Giglio Porto è detta del Lazzaretto, ed è coperta da un lussureggiante manto di pini: si tratta di un punto panoramico di grande suggestione, un'imponente scogliera immersa nel verde della vegetazione gigliese e a picco sul mare. Merita indubbiamente una visita anche la Villa romana che la famiglia dei Domizi Enobarbi costruì come sua residenza, e i cui resti si trovano parzialmente sommersi dalle acque del mare immediatamente prospiciente. Gli appassionati di archeologia subacquea non possono perdersi l'immersione nelle acque di Giglio Porto alla scoperta di un relitto romano del II secolo d.C., scoperto nel 1978.

Giannutri


Cala dello Spalmatoio e Cala Maestra, così chiamata perché qui spira il vento di maestrale, sono gli unici due punti della costa di Giannutri dove è consentito l'attracco alle barche a motore e proprio dietro alla seconda di queste insenature si offre allo sguardo dei visitatori uno dei più importanti siti archeologici di tutto l'Arcipelago, la Villa di Domizio Enobarbo. La gens romana degli Enobarbi elesse Giannutri a meta privilegiata dei suoi ozi e realizzò questa splendida villa portata alla luce nell'Ottocento: i resti della residenza romana lasciano intuire l'esistenza di magazzini, stanze residenziali e servili, terme sontuose, cisterne per l'approvvigionamento idrico e un grande belvedere affacciato sul mare.
A testimoniare l'eleganza maestosa della villa restano frammenti di mosaici, stucchi e marmi che decoravano questa come le altre ville dei romani adibite all'otium. E a distanza di secoli a Giannutri si respira ancora quell'aria serena e distesa che purtroppo i comuni mortali possono oggi concedersi soltanto in vacanza. Dell'antico porto romano di Cala Spalmatoio purtroppo non è rimasto quasi niente, poiché la speculazione edilizia esplosa negli anni Sessanta e Settanta ha soffocato tutto sotto il cemento, mentre sprigionano grande fascino i "Grottoni", una serie di cavità e spaccature aperte dal mare e dal vento nei pressi della Punta di Capel Rosso. Passeggiando lungo le pendici del colle omonimo e di Poggio del Cannone si intravedono immersi nella macchia i resti di antichi santuari eretti in onore di Diana, alla quale l'isola vene dedicata dai romani in ragione della forma a falce di luna. Il nomignolo di "Isola dei gabbiani" deriva dalla presenza di numerose colonie di gabbiani reali che, come i rondoni pallidi, guadagnano le sue coste per riposarsi durante le migrazioni e riprodursi. Ma l'avifauna di Giannutri, talmente ricca da farne una mecca per i bird watchers, annovera anche l'occhiocotto dal caratteristico anello rosso attorno all'occhio che con lo scricciolo, la passera d'Italia, il verdone e il cardellino forma la popolazione stanziale dell'isola. Sulle falesie meridionali di Giannutri nidifica anche uno dei più veloci falconidi d'Europa, il Falco pellegrino che nelle sue incredibili picchiate raggiunge anche la velocità di 250 chilometri orari. Negli anfratti della macchia mediterranea si attorciglia anche il biacco, un colubro assolutamente innocuo anche se le sue dimensioni possono destare un po' di suggestione, visto che può raggiungere i due metri di lunghezza.
A Giannutri non esistono anfibi, ma la famiglia dei rettili è presente, oltre che con il biacco, con le comuni lucertole di campagna, le tarantole e i gechi, specie prevalentemente notturne ed assolutamente pacifiche e non velenose. I fondali di Giannutri sono difficili da descrivere, tale è la loro bellezza e tanto varie la flora e la fauna che vi trovano alloggio: il calcare che costituisce i fondali con le sue grotte e cavità, con gli anfratti e i crolli periodici, permette ad un'incredibile moltitudine di specie animali e vegetali di trovare un rifugio sicuro. Le misure di tutela previste dall'Ente Parco ne fanno poi un baluardo per la sopravvivenza di molte specie minacciate o a rischio d'estinzione. Rare patelle, ricci, anemoni, polpi e pomodori di mare popolano il piano infralitorale attorniati da banchi di occhiate e donzelle. Spingendosi più giù nelle profondità delle acque si incontreranno praterie di posidonie, le piante marine più importanti e minacciate dell'intero Mediterraneo che arrivano a produrre 14 litri di ossigeno al giorno, tra le cui propaggini si nascondono scorfani, ricci di prateria, seppie ed anche gli splendidi e purtroppo rari cavallucci marini. Guadagnando il coralligeno si trovano madrepore, spugne, gorgonie rosse e gialle, il falso corallo nero e dalle tane fanno capolino murene, gronghi e aragoste. Intorno si aggirano banchi di barracuda, sui fondali giacciono le stelle di mare e i rarissimi tritoni, e le cernie, la cui sopravvivenza è fortemente minacciata in tutto il Mediterraneo, trovano qui un angolo per la salvezza. I più fortunati potranno avere l'occasione di fare un incontro straordinario, quello con le balenottere minori o con un giocoso gruppo di delfini, testimoni di come le intelligenti politiche di salvaguardia dell' habitat possano realmente servire a conservare quelle meraviglie naturali che sempre più spesso si sacrificano sugli altari del profitto e della modernità. A Giannutri solo Cala Spalmatoio e Cala Maestra permettono l'approdo, non esistono alberghi, ma solo un centinaio di piccoli appartamenti che si possono affittare e che comunque rimangono destinati solo ai veri amanti della natura, a quanti sapranno muoversi con coscienza e rispetto in questo angolo di paradiso, senza deturparne il volto magari per portarsi a casa una spugna o un pezzo di coralligeno da mettere come soprammobile in salotto.

Montecristo


Consegnata alla leggenda dalla penna di Alexandre Dumas, l'isola di Montecristo è la più selvaggia e lontana tra quelle dell'Arcipelago Toscano. Il romanziere francese ambientò alla fine dell'Ottocento l'avventura dei detenuti alla ricerca di un favoloso tesoro anticamente custodito dai monaci e protetto nei recessi di una grotta. Gli studiosi suppongono che il mitico tesoro reso protagonista da Dumas fosse costituito in realtà da suppellettili e arredi sacri, e che ad impadronirsene fossero stati i pirati capeggiati da Dragut circa tre secoli prima della data favoleggiata dal romanziere. Infatti nel 1553 i corsari di Dragut, dopo aver saccheggiato la Sicilia e la Sardegna, misero a ferro e fuoco anche Montecristo spogliandola dei suoi tesori e riducendo i monaci in schiavitù.
La leggenda del forziere ha continuato ad aleggiare per secoli e in molti, avventurieri e ricercatori, si sono inoltrati nei boschi inospitali di Montecristo alla ricerca di un tesoro perduto che ancora oggi rimane tale. E anche se vi saltasse in testa l'idea di mettervi alla ricerca dei dobloni d'oro, dovreste comunque arrendervi al fatto che attualmente l'isola è inaccessibile per i semplici turisti, poiché fin dal 1971 è stata dichiarata Riserva naturale biogenetica. Si può prenotare una visita giornaliera con mesi d'anticipo, aggregandosi ad uno dei piccoli gruppi organizzati periodicamente dal Corpo Forestale di Follonica. Montecristo è completamente montuosa, selvaggia e inospitale, difficile da raggiungere e resa pressoché inespugnabile dagli enormi rilievi granitici. Le coste frastagliate si ergono a picco sul mare e per via dell'azione modellante degli agenti atmosferici assumono configurazioni stravaganti e curiose che aumentano il fascino tetro e magnetico dell'isola. I boschi di lecci che un tempo ricoprivano Montecristo rimangono solo lungo la dorsale centrale, mentre i fianchi delle montagne sfoggiano un rigoglioso manto di macchia mediterranea, che nasconde numerose sorgenti e ruscelli. L'unico punto di accesso all'isola è Cala Maestra e nella valletta omonima si trovano gli unici edifici di Montecritso, fra i quali la Villa Reale e qualche orto coltivato.
Dopo il saccheggio operato dai corsari di Dragut, l'isola venne abbandonata e negli ultimi secoli è passata nelle mani di diversi proprietari: dal nobile inglese Taylor che edificò la Villa di Cala Maestra, al nobile fiorentino Ginori che vi istituì una riserva di caccia, al futuro re Vittorio Emanuele III che introdusse a Montecristo mufloni e capre del Montenegro.Della storia passata rimangono come testimonianze la Fortezza, costruita sul monte omonimo a circa 650 metri sul livello del mare, è il punto più alto dell'isola. Probabilmente a costruirla furono gli Appiani ed oggi ne resta soltanto il basamento in pietra. Si conservano anche i ruderi del Monastero eretto dai Benedettini nel Medioevo ed abbandonato nel 1500 a seguito delle devastazioni compiute dai pirati di Dragut. Costruito in granito, ospitava al piano terra le sale comuni e celle individuali al piano superiore: oggi resta poco più che un ammasso di ruderi che recano i segni degli scempi compiuti dai cacciatori di tesori e dai militari della marina militare tedesca che lo usavano per le esercitazioni di tiro durante l'ultimo conflitto mondiale. Soltanto l'imponente facciata gotica riesce ancora a resistere, incurante del tempo e dell'abbandono.Il convento venne dedicato a San Mamiliano, morto sull'isola nel 460, e che si dice si sia rifugiato in una grotta sotto al Monastero dopo aver ucciso il drago. La Grotta del Santo è situata sulla cala omonima e in realtà si tratta di un sobrio santuario incassato nella roccia, al cui interno sgorga una sorgente ritenuta miracolosa. A poca distanza si conservano anche i ruderi di un vecchio mulino ad acqua costruito con blocchi squadrati di granito. La Villa Reale, oggi trasformata in foresteria per accogliere i ricercatori, venne fatta costruire verso la metà dell'Ottocento dal ricco inglese Lord Taylor. Restaurata verso la fine del XIX secolo per volere del nobile fiorentino Ginori che trasformò l'isola in una riserva di caccia, conserva dietro agli orti coltivati anche un piccolo Museo di storia naturale che conserva alcuni esemplari caratteristici dell'isola.
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